Sébastien Reuille und Andrea Bersier bei ABSHockey

Intervista a Sébastien Reuille: 1000 partite, un titolo e la mentalità del guerriero

Nuovo appuntamento con le interviste di ABSHockey, nuovo ospite d’eccezione.

Non tutti possono vantare una carriera professionistica di alto livello. Ancora meno giocatori posso dire di aver raggiunto le 1000 presenze in Lega Nazionale.

Un guerriero, Leader vero in campo e fuori.
Chiacchierata davvero piacevole che lascia molti spunti di riflessione anche di vita reale.

Ospite? Proprio lui. Sébastien Reuille!

Sébastien Reuille e Andrea Bersier davanti alla parete dei bastoni di ABSHockey
Sébastien Reuille e Andrea Bersier davanti alla parete dei bastoni di ABSHockey

Gli inizi: Morges, Losanna e Kloten

Séb, partiamo da una domanda molto generale. Come è iniziata la tua carriera da giocatore?

Potrei partire anche da prima della mia carriera. Mio papà era professionista di hockey. Nella sua carriera ha giocato a La Chaux-de-Fonds, a Kloten, a Davos, a Lugano. È stato il portiere numero due nel primo anno in cui il Lugano è salito in Serie A, se non sbaglio nella stagione ’82-’83. In pratica la riserva di un certo Alfio Molina.

Quindi io ho vissuto per un anno a Lugano. Avevo 2 anni. Poi ci siamo spostati nella Svizzera romanda.

In passato comunque era diverso. A quei tempi non esisteva il vero e proprio professionismo. Oltre a giocare a hockey bisognava lavorare. Mio papà lavorava in banca e aveva ricevuto un’opportunità di lavoro e quindi ci siamo spostati. Ha giocato ancora per un paio d’anni e poi ha chiuso la sua carriera verso i 30 anni.

Quindi tu hai seguito tuo papà durante la sua carriera?

Si può dire così. Ero piccolino. Ricordo che mi ha messo sui pattini a Morges, nella pista esterna. Avevo 3-4 anni. Da lì è partita la mia carriera. Mio papà è stato anche il mio allenatore nei primi tempi.

A Morges quindi fino ai 14 anni, quando poi sono andato a giocare negli Juniori Elite del Losanna. Sembra tutto così veloce a pensarci ora.

In seguito, dopo un anno, il Kloten è venuto a cercarmi. Ho finito la scuola dell’obbligo e sono partito subito.

Dai 15 ai 17 anni ho giocato nei Juniori del Kloten. Dai 18 anni ho poi iniziato a integrare la Serie A.

Quindi hai mosso i primi passi in Serie A a Kloten?

Esatto. Alternavo entrambi: sia Juniori che Serie A. Ricordo che a Kloten era bellissimo. I coach erano molto professionali. Le opportunità di sviluppo per i ragazzi erano incredibili. Se pensi, il Losanna in quel periodo era in Serie B, come pure lo erano il Ginevra e il Bienne. Lo stesso valeva per le categorie Juniori.

Per farla breve, se volevi fare “il passo” dovevi andare nella parte tedesca.

Come ti dicevo, le opportunità di sviluppo a Kloten erano importanti. La Serie A era negli anni d’oro. Per intenderci, negli anni dove arrivavano da 4 titoli di fila (dal 1992 al 1996), con in porta Reto Pavoni, Roman Wäger, Peter Schlagenhauf, Felix Hollenstein. Per un giovane come me era l’ideale.

Allo stesso tempo però era complicato trovare spazio per noi giovani. Giocavo, ma non molto: 4-5 minuti a partita. Non c’erano molte possibilità per mettersi in mostra.

Poi ho scelto di andare a Rapperswil. Ho scelto una squadra sulla carta meno forte, ma che mi avrebbe dato molti più minuti di gioco. Ho pensato: “Magari non facciamo i playoff, ma avrò minuti di ghiaccio, posso svilupparmi e anche giocare situazioni particolari come superiorità/inferiorità numeriche”. A Kloten sarebbe stato molto complicato.

Rapperswil, Lugano e il titolo del 2006

Quanto sei rimasto a Rapperswil?

Ho fatto 3 anni. 2000-2004. È andata bene. Abbiamo fatto davvero buone stagioni. E poi è arrivata l’opportunità di andare a Lugano.

Me lo ricordo bene. In quel caso eravamo noi i giovani che sfruttavano le occasioni per allenarsi con la Serie A. Tralaltro è li che ci siamo conosciuti. Che squadra!

Eh sì! Eravamo davvero una squadra molto completa. Giovani e “vecchi” tutti molto bene integrati. Molto omogenea. Larry Huras come allenatore e Ivano Zanatta come assistente. 2004-2005 e 2005-2006.

Il 2006 è stato l’anno del titolo. Ricordo che Huras era stato licenziato durante i playoff contro l’Ambrì nei quarti di finale. Squadra poi presa in mano da Ivano, con in seguito Harold Kreis arrivato a dare supporto.

È stato davvero un bel momento per la mia carriera e per tutti noi giocatori. Poco altro da aggiungere.

Ho fatto poi un’altra stagione a Lugano (2006-2007) ed in seguito sono tornato a Rapperswil per 3 stagioni.

3 stagioni un po’ deludenti a livello sportivo.

Poi ho avuto ancora l’opportunità di tornare a Lugano dal 2010 al 2019.

1000 partite in National League

Cavolo, ne hai fatta di strada. Con un importante traguardo. Almeno 1000 partite in Serie A. Non sono in molti ad aver raggiunto questo risultato, vero?

È vero. Ma ora i numeri stanno salendo più velocemente. Quando ho iniziato si giocavano 38/44 partite di Regular Season per stagione. Ora si giocano 52 partite + Playoffs. Se vai fino in fondo, come poi abbiamo fatto nel 2018 con il Lugano, si arriva a fare quasi 70 partite in una stagione. Naturalmente questo aiuta a raggiungere prima questo obiettivo. A questo si aggiunge il fatto che devi avere fortuna con gli infortuni o addirittura giocare anche quando hai male.

In ogni caso è vero che non è da tutti. Penso siamo in 14/15 giocatori che lo hanno raggiunto in National League in Svizzera.

Non hai mai pensato di giocare fuori dalla Svizzera?

Allora, sì.

Quasi 30 anni fa, quando ero giovane (ride), sono andato a Kloten e lì ho avuto l’opportunità di andare a giocare nella Ligue Major Du Québec. Una delle leghe davvero belle, perché è fatta di giovani ma anche di adulti. Ancora oggi è molto conosciuta per essere la lega dei Draft di NHL. Per quei tempi però l’argomento era un po’ tabù. Pochissime persone dalla Svizzera si muovevano in questa direzione. Non c’era un’organizzazione in questo senso. Anche a livello finanziario non era evidente. Per un ragazzo di 15-16 anni prendere e partire non era semplice. Quindi abbiamo preferito prendere la strada della Svizzera tedesca. Lo sviluppo era comunque interessante.

Tu hai sempre voluto giocare come professionista? Per intenderci, è sempre stato un tuo obiettivo?

Si, come ragazzo il sogno era quello di andare in NHL. Non si può dire che non fossi ambizioso. Avevo tutte le cassette in VHS di Don Cherry che guardavo continuamente. Per chi è più datato come me, sa di cosa parlo.

La mia fortuna, come per molti, è stata quella di poter giocare in Lega Nazionale perché qualcuno si è infortunato. Ricordo che andavo con i miei amici in curva a Kloten a vedere le partite. Ero li quella volta che Felix Hollenstein ha preso quel brutto check che gli stava costando quasi un occhio. Mezz’ora dopo ho ricevuto una telefonata che mi informava che il giorno seguente mi sarei allenato con la Serie A. Cosi è in effetti iniziato tutto.

Negli Juniori A andavo forte e questo mi ha aiutato ad essere tra le prime scelte per il salto di categoria.

Hai sempre giocato in attacco?

Si, sempre. Mi ricordo da giovane di partite per esempio contro Flavien Conne o Thibaut Monnet che finivano 7-6. Io magari facevo 5 goal e loro 6, piuttosto che il contrario. Sembrava quasi che chi facesse più goal, faceva vincere la propria squadra. Disco dietro la porta e si faceva “Coast to coast”.

C’è da dire che eravamo più forti anche perché ci allenavamo molto più di altri. Con la squadra gli allenamenti erano 2 a settimana. Oggi anche i ragazzi si allenano 4-5 volte a settimana. Noi ci allenavamo penso 6 volte a settimana, con qualsiasi categoria. Sempre sui pattini.

Aggiungo anche questo aneddoto. Nella stagione ’94 e ’95 sono andato a fare il torneo Pewee in Canada, a Quebec. Mio papà mi aveva acquistato un paio di pattini da Inline. In Svizzera non c’erano ancora.

Andavo in strada con i pattini e le persone mi guardavano come fossi un alieno. Mi allenavo pattinando in salita. Ancora oggi ogni tanto dico a mio papà “hai mancato un’opportunità di business!”. Anche perché nei 2 anni successivi hanno poi iniziato a spopolare (sorride).

Da bomber a guerriero

In carriera invece che tipo di giocatore sei stato?

Il mio ruolo è cambiato nel tempo. Negli Juniori ad esempio ero un giocatore offensivo con il fiuto del goal. Uomo da Powerplay per intenderci.

Poi gli anni passano e ti devi adattare ad un gioco diverso. Ho dovuto trovare un ruolo che poteva durare nel tempo. Se restavo con la testa ad un ruolo puramente offensivo è probabile che la mia carriera sarebbe finita molto prima. O forse sarei andato in Serie B per poter continuare a produrre offensivamente.

È importantissimo saper adattare il proprio ruolo. Ho sempre potuto mantenere il tocco per trovare la via del goal ma mi sono concentrato su un ruolo più difensivo. Sono diventato con il tempo quel giocatore in grado di bloccare i tiri avversari in inferiorità numerica, a sacrificarmi per il bene della squadra.

Sono curioso di capire come hai fatto a fare questa transizione. Verso fine carriera il pubblico ti acclamava per il tuo ruolo di sacrificio. Come ci sei riuscito?

Mi ricorderò sempre di Larry Huras a Lugano. Io arrivavo da Rapperswil. Non te lo nascondo. Li mi sentivo un po’ il “piccolo principe”, che poteva fare ciò che voleva sapendo che sarebbe andato tutto bene. Ricordo ad esempio che non curavo nemmeno particolarmente l’alimentazione. Cosi ho pensato di arrivare a Lugano nel 2004 e fare lo stesso.

Inutile dire che durante il primo anno a Lugano sono tornato con i piedi per terra abbastanza velocemente.

Huras non mi dava molto spazio. A fine stagione, assieme a Tiziano Muzio sono arrivati da me e Larry mi ha detto “o inizi a lavorare seriamente da subito, o la tua carriera a breve sarà finita”. Cosi, senza troppi giri di parole.

Tiziano mi ha preso allora da parte e mi ha detto “Beh, hai sentito le parole di Larry. Quest’estate ci saranno gli allenamenti a secco con la squadra. Io e te faremo assieme uno o due allenamenti extra. Solo io e te”.

Mi ha fatto allenare duramente. Ho messo penso 6/7 Kg di muscoli extra. Inizialmente sul ghiaccio è stato difficile all’inizio. Ma ero molto più solido fisicamente. E questo mi ha aiutato anche nel mentale.

Il coach ha subito visto questo cambiamento e nella stagione 2005/2006 ho fatto un grande passo avanti per la mia carriera.

Vale la pena spendere due parole per Tiziano Muzio (che purtroppo non è più con noi ora), storico preparatore atletico dell’HCL. Ero giovane, ma ricordo ancora quanto fossero duri gli allenamenti con lui.

E pensa che io facevo due allenamenti extra con lui!

Ritrovo la mattina per fare il giro del lago. Da soli Tiz ed io. Quanti ricordi (sorride).

Ha davvero voluto aiutarmi. Penso abbia visto qualcosa in me. Arrivavo quasi a piangere a fine allenamento con lui. La cosa che mi stupiva che non si limitava a dirmi cosa fare. Lo faceva con me. Devo dire che questa fase mi ha decisamente aiutato a costruire la mia carriera. Ha instaurato in me la mentalità del guerriero che mi sono portato negli anni.

È stato davvero un momento duro. Ma oggi ne sono davvero grato. Le parole di Larry da un lato e l’aiuto di Tiziano dall’altro. Incredibile!

Hai sentito una pressione su di te quel momento?

Non penso di poter dire che mi sono sentito sotto pressione. Sicuramente mi sono fatto delle domande.

“Meglio che vado in un club più tranquillo forse?”

No! Voglio restare in un grande club. Volevo il titolo. E cosi ho messo tutto quello che avevo.

Questo mi ha poi aiutato anche perché poi ho fatto l’All Star Game e ho iniziato ad integrare la Nazionale.

Draft NHL e Nazionale

Mi hai anticipato. Era la mia prossima domanda. La Nazionale.

Penso che avrei potuto aprire alcune porte, che poi non si sono mai aperte.

La prima è stata il Draft dell’NHL. Avevo circa 18 anni. Ma per qualche ragione qualcosa è andato storto..

Sento un po’ di rammarico nella tua voce quando lo dici. Mi sbaglio?

Si perché in una situazione normale la mia posizione del Draft Europeo di quegli anni avrebbe dovuto portarmi al Draft americano. Ma, come ti dicevo qualcosa non ha funzionato. Penso sia stata una dimenticanza di qualche documento da inviare. Ricordo che avevamo licenziato subito il mio agente di allora.

Non si entra nel Draft con pretese, parliamoci chiaro. Ma il fatto di veder svanire il sogno, anche solo per il pensiero di avercela fatta ad entrare, per un errore tecnico, non è stato simpatico.

Poi pensa, una volta tolto il Draft, l’unica altra possibilità di farsi “notare” è la Nazionale. E qui si apre un altro capitolo che, se vuoi, posso raccontarti.

E chi ti ferma Séb..

Ho sempre giocato in nazionale, fino agli U20. Ho poi fatto qualche partita con la Nazionale maggiore. Li ho avuto un episodio particolare. Ho detto qualcosa ai giornali che non avrei dovuto. Penso di aver detto qualcosa che riguardava il mio poco tempo di gioco concesso in nazionale. Quando hai 20 anni, sei tredicesimo attaccante e riesci comunque a fare un goal e un assist nel poco spazio che hai, esce forse la tua fame di voler arrivare e quell’“arroganza” giusta che ti spinge. Qualcosa del genere “peccato che ero tredicesimo, avrei potuto fare anche qualcosa di più".

Ricordo che l’allenatore mi ha subito chiamato dicendomi che dovevo prima di tutto essere grato di poter far parte della nazionale, invece di lamentarmi sul mio tempo di gioco.

La mia avventura Svizzera diciamo che si è fermata li. Anche perché, sfortuna vuole per me, l’allenatore è poi rimasto lo stesso per i successivi 10 anni. Dai 20 ai 30 anni quindi, al top della mia carriera, non ho trovato spazio. L’ho poi avuto per qualche partita dopo i 30, ma è chiaro che non ero più al top. In più iniziava il momento in cui i giocatori Svizzeri NHL arrivavano anche in Nazionale. Penso di aver riassunto bene la situazione.

Alla fine resto tra i pochi giocatori che ha fatto più di 1000 presenze in NLA. Sono prima di tutto felice e mi sento privilegiato del percorso che ho fatto.

Draft, Nazionale, Squadre fuori Svizzera o il sogno NHL sono solo delle piccole virgole fatte di “se, e ma se, e se però.” E non si vive di “se”.

Le finali del 2016 e del 2018: cosa unisce una squadra

Allora, a mio rischio e pericolo, resto in tema “tasti dolenti” visto che sei caldo. Titolo nel 2006, poi un’altra occasione nel 2016 e nel 2018. Se ne può parlare?

Va bene.. (non so come si possa esprimere a parole una faccia da “tasto dolente”. Lascio a voi l’immaginazione).

L’altro giorno ero con Julian Walker. Brucia se ci pensiamo. Io almeno un titolo nel 2006 l’ho vinto. Lui non può nemmeno dire questo. Fa male, per lui, e per me come suo compagno. Era la seconda finale.

Ok il 2016. Ma quello che abbia vissuto, come gruppo, nel 2018 è stato incredibile. L’emozione più forte della mia carriera. Eravamo un gruppo eccezionale.

Avevamo perso 3 giocatori davvero importanti prima dei playoff: Dario Bürgler, Damien Brunner, Alessandro Chiesa. Tutti fuori per il resto della stagione.

Era l’ultima partita di Regular Season contro il Davos. Non so cosa sia scattato in noi. Abbiamo giocato quella partita come se fossimo già nei playoff. Credo che gli avversari abbiano pensato che fossimo pazzi. Era una partita che non contava più nulla a livello di classifica. Giocavamo per i compagni infortunati, quasi come rivalsa. Volevamo essere pronti a tutto. Eravamo uniti uno per l’altro, tutti quanti. Sapevamo di non avere la rosa migliore, ma semplicemente non ci interessava.

Domandone. Come si fa a costruire una squadra cosi unita, con la voglia di arrivare in fondo e giocarsi tutto? Mi pare che questo non succeda sempre.

È difficilissimo. Di base devi avere un gruppo fatto di persone pronte ad andare “in guerra” insieme. Se hai all’interno delle star o giocatori che si sentono superiori, già parti male. Poi ci sono i singoli eventi. Ogni partita, specie nei playoff, è fatta di eventi che costruiscono il gruppo e il percorso. Cresce di partita in partita. Forse la chiave è quella di essere consapevoli che un singolo evento ti può aiutare, non importa se positivo o negativo.

Tre giocatori così importanti per il gruppo, infortunati, non dovrebbe essere un evento positivo. Non lo è stato per loro singolarmente, ma ha rafforzato il gruppo. Ognuno ha dovuto dare qualcosa in più. La nostra quarta linea è emersa. E i leader della squadra li hanno integrati come parte fondamentale.

Nei playoff, che vinci o perdi una singola partita, non si mostrano emozioni. Cinque minuti dopo, la testa è già alla prossima partita. Questa è la via da mostrare. O almeno è ciò che funziona. Ma non l’ho inventato io. L’ho imparato con gli anni.

Nel 2006 mangiavamo sempre in pista prima della partita. Ero seduto che ridevo e scherzavo. Arriva Ronnie Rüeger: “Cosa ridi? Non abbiamo vinto un ca... Pensa al contributo che vuoi dare stasera! Tutta Lugano vuole questa vittoria, ce lo gridano!”. Con il tempo ho imparato a dare valore a parole di questo tipo.

Al di la di questo esempio, c’è qualche giocatore che ti ha mostrato la via?

Ce ne sono davvero tanti. Il vero Leader non ti grida addosso. Lui fa le cose giuste e ti fa vedere quello che va fatto. Il primo anno a Lugano per me era il 2003. La squadra era arrivata in finale. Io sono arrivato circa 1 settimana dopo la fine del campionato perché avevo finito prima e avevo bisogno di allenarmi.

Entro in sala pesi e mi trovo Régis Fuchs e Sandy Jeannin. Una settimana dopo la finale!

Niente Maldive, niente pausa. Si allenavano appena dopo una finale persa. Queste sono persone da seguire e che ti fanno crescere, facendoti vedere cosa va fatto. Ma te ne posso citare davvero tanti, e non voglio lasciare nessun indietro.

Forse ho dato anche io qualche esempio verso fine carriera. Non saprei. Magari lo dirà qualcuno tra qualche anno seduto su questa sedia. Ma ho imparato prima di tutto. Non mi piacciono grandi parole su questo. Il gruppo è il gruppo, bisogna viverlo.

Infortuni e come è cambiato l’hockey

Sei passato anche da diversi infortuni, vero?

Si ne ho avuto uno in particolare pesante, al viso. Ricordo che però sono rientrato dopo 3 settimane. Ho iniziato facendo un cambio ogni 20 minuti, dove avevo anche segnato. Poi, sempre quell’anno, il 2012 se non sbaglio, ho fatto dei grandi playoff. Quasi come se mi fosse tornato indietro del Karma positivo. Diciamo che è stato un infortunio tosto perché ha compromesso il viso e la dentatura, ma per fortuna con un rapido recupero.

Poi ne ho avuto altri forse meno visibili ma che mi hanno tenuto fermo per più tempo, anche diversi mesi fuori dal ghiaccio.

Diciamo che nel viso sai quello che hai rotto e sei consapevole che tutto tornerà come prima.

Quando invece si fratturano i legamenti, oppure zone non visibili, c’è sempre una grande insicurezza su come si evolverà la situazione.

Non mi sono mai lasciato abbattere dagli infortuni. Anche per il viso, 80 punti di sutura tra interno ed esterno della bocca non mi hanno impedito di rientrare in pista. Tu pensa, avevo perso 7 kg di peso in due settimane. Mia moglie ha fatto di tutto per aiutarmi. Avevamo persino provato a mettere la carne nel frullatore. Uno schifo. Mi sono adeguato allora con la tartare e la pasta a taglio fine. Mi serviva energia e dovevo mangiare cibo che non dovevo masticare più di tanto.

Quanto è cambiato l’hockey da quando hai iniziato?

È cambiato tanto. Molto più veloce.

Anche il materiale è cambiato molto. Parlavamo prima di bastoni. Oggi sono una piuma. Ed i tiri sono davvero come dei proiettili con grande precisione.

Poi, se devo essere onesto, la preparazione fisica e la professionalità dei ragazzi ha avuto un’impennata incredibile. Nel passato chi sapeva pattinare meglio di altri aveva da subito un grande vantaggio.

Oggi i ragazzi sono prima di tutto degli atleti sportivi. La differenza viene fatta con decisioni veloci, nel movimento negli spazi stretti.

Una volta ci aggrappavamo all’avversario con il bastone per fermarlo. Era probabilmente una prassi normale. Oggi è un fallo a tutti gli effetti.

I difensori erano alti, grandi e pesanti. Ma con un po' di velocità ed una piccola finta li potevi superare.

Era più duro l’hockey prima?

Era diverso. Sicuramente più duro a livello di check. Ma a livello di rischio non direi, proprio perché il gioco era più lento.

Per darti un esempio, andare in auto a 20km/h contro un muro rispetto a 40km/h ha un impatto totalmente diverso. Per assurdo ci facevamo meno male prima nonostante il gioco fosse più duro. Il vero rischio è la velocità, almeno secondo me.

Se ti dicessi di immaginare di tornare al Seb di 20 anni ed entrare ora in partita, pensi potresti essere un buon giocatore?

Onestamente sì. Avevo la velocità e questo aspetto oggi mi aiuterebbe davvero tanto. Penso che mi piacerebbe misurarmi con l’hockey moderno. Velocità, visione di gioco, creatività. Si, è proprio un bel pensiero da fare.

Lo spogliatoio ieri e oggi

Ho un’altra domanda che riguarda il cambiamento negli anni. È cambiato anche lo spogliatoio? A livello di ambiante e tipologia di relazione tra compagni?

Questa è veramente una ottima domanda!

È cambiato tantissimo. Questo mi ha spinto a decidere di fermarmi definitivamente, al posto magari di continuare in Serie B ancora qualche anno.

Lo spogliatoio è la famiglia, il buon rapporto tra i compagni. Sarò onesto. Ciò che ha cambiato tutto purtroppo è il cellulare. Senza troppi giri di parole.

Quando ero a Rapperswil c’erano Marco Capaul, Markus Bütler (che ora è il CEO del della società), Thomas Walser, cosi come altri. Comperavamo biscotti, birre, e un sacco di altre cose. Al ritorno sul bus raccontavamo della partita, di cosa era successo, delle nostre famiglie, della vita fuori dal ghiaccio. Stavamo insieme.

Poi è arrivato il cellulare. Finché si limitava a mandare messaggi nessun problema. Ma direi dal 2015, con Netflix, Instagram, Facebook, e app in generale, ognuno ha cominciato a rimanere nel suo angolo, isolato nel suo mondo.

A fine carriera solo noi della vecchia guardia restavamo assieme e facevamo gruppo. Benvenga allora una bottiglia di vino con due chiacchiere, no?

Quando avevamo allenamento la mattina e poi ancora al pomeriggio, non andavamo a casa. Mangiavamo assieme e avevamo un mazzo di carte dopo il caffe. Magari non tutti i giorni, ma spesso. Questo creava buone relazioni ed energia.

Pochi giovani sanno ancora giocare a Jass oggi.

In uno spogliatoio di Serie A inoltre c’è un rischio di gruppi linguistici. Stranieri da una parte, ticinesi da un’altra parte, piuttosto che chi parla francese o tedesco. Bisogna trovare il modo di coinvolgere tutti. La lingua non deve essere una barriera.

Poco tempo fa ho fatto una serata con i ragazzi di Lugano. Lo spogliatoio sta tornando a fare gruppo. Il risultato sul ghiaccio poi si vede. Meno isolazionismo e cellulari. Stare insieme e imparare a volersi bene sul serio. Posso mettere la firma su questo!

Fine carriera e la vita dopo

Quanto è stato difficile come si dice in gergo “appendere i pattini al chiodo?”

Prendere la decisione non è stato così complicato. Lo avrei già fatto un anno prima se avessimo vinto il titolo nel 2018. Purtroppo non è successo ma il club mi ha concesso un ulteriore anno di contratto. Questo mi ha reso felice. Mi ha concesso prima di tutto di raggiungere il traguardo delle 1000 presenze, ma soprattutto di prepararmi mentalmente.

La decisione era già presa in anticipo dunque. Ma quando arrivi a quel momento in cui succede davvero, non è affatto semplice.

Per fortuna, come dicevo, ho avuto il tempo di prepararmi, sia sul piano mentale ma anche di organizzarmi a livello lavorativo.

Non vorrei essere nei panni di un giocatore che termina la carriera, magari dopo 20 anni, e non ha una prospettiva. Sono davvero pochi i giocatori che possono vivere di rendita con ciò che hanno accumulato in carriera. È difficile a volte in NHL (tra costi a carico dei giocatori e tasse alte), figuriamoci in Svizzera. Da non dimenticare che ci sono almeno 30 anni davanti prima di raggiungere la pensione. Aspetti su cui riflettere.

Finito di giocare, ricomincia una nuova vita. E si riparte da zero.

Tornando al gioco, durante la Regular Season non ci si pensa molto al fatto che sia l’ultima stagione. Ma durante i playoff la testa sa che ogni partita può essere l’ultima. Sai che non hai più nulla da dimostrare. Sei prossimo alla “pensione”. Uno sportivo vive questo momento tra i 33 ed i 38 anni, sapendo che poi, però, in pensione non ci sei per nulla vicino.

Le emozioni dello sport non ci sono più. Oggi per esempio, se vendo una casa, non ho il tifo che mi applaude. Né tanto meno mi presento il giorno dopo in ufficio con una medaglia al collo (ridiamo entrambi).

Però ti posso dire che la carriera sportiva oggi mi aiuta moltissimo in ambiente lavorativo. Ad integrarmi, a lavorare in squadra, a combattere le avversità, a non mollare mai, a focalizzarmi sulle cose importanti. È un curriculum molto utile a cui vanno aggiunte le competenze tecniche.

Come guarda l’hockey oggi Sébastien Reuille

Chiudo con la domanda di rito di ABSHockey. Rappresentiamo un sito che si occupa di commercio di prodotti di hockey. Nello specifico di bastoni. Guardiamo partite e l’occhio cade sul tipo di bastone prima ancora che sul gioco. In che modo, da leggenda dell’hockey Svizzero, guarda le partite di hockey Sébastien Reuille?

Con una birra in mano! (ride)

Molti mi chiedono se mi manca l’hockey giocato. Onestamente ho talmente tante cose a cui pensare ora che non ci rifletto nemmeno. In più non avrei più il fisico per poter giocare a certi livelli. Questa consapevolezza aiuta. Oggi ho lavoro e famiglia. Sono una persona felice.

Come guardo la partita vera e propria? Vivo la partita. Quando posso, guardo davvero quasi tutte le serate di hockey, di tutte le squadre. Puoi chiedermi info sui giocatori e sulla classifica e ti so dare la risposta. La passione rimane.

Guardo il gioco, chi ha un sistema più difensivo, chi ha più possesso del disco. Riesco a cogliere i flussi del gioco. Mi piace vedere come una squadra gioca in powerplay piuttosto che in boxplay.

La cosa più bella è vedere le partite con persone che seguono l’hockey ma non lo conoscono cosi a fondo o magari non hanno giocato in lega per 20 anni.

Mi diverto a volte ad annunciare quello che sta per capitare con qualche secondo di anticipo. “quello è offside”, “quella è penalità”, “vedrai che l’arbitro convaliderà la rete per questo o quel motivo”. Vedo molte cose che chi non ha vissuto il gioco in prima persona non riesce a cogliere. Noi lo vediamo al primo occhio in modo molto naturale.

A volte però guardo le partite anche in un angolino tranquillo, per godermi la partita.

E in più seguo le squadre di NHL dove giocano i giocatori Svizzeri e anche la Swiss League, dato che sono stato Direttore Sportivo per 5 anni. L’hockey resta per me lo sport più bello!

Davvero tanta esperienza da vendere. Le interviste scritte non colgono le piccole espressioni o le emozioni che sorgono durante la chiacchierata. Da giocatore ed appassionato di questo sport sono felice di poter condividere la storia ed i piccoli aneddoti reali da parte di persone che le hanno vissute in prima persona. In bocca al lupo Séb per la tua nuova carriera professionale. Ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo!

Alla prossima puntata e alla prossima chiacchierata!

Per saperne di più su Sébastien Reuille, oggi attivo nel settore immobiliare e nella politica a Lugano, visita il suo sito sebastienreuille.ch.

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Andrea

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Andrea è giocatore di hockey su ghiaccio e hockey inline, nonché cofondatore di ABSHockey.
Unisce molti anni di esperienza di gioco a livello nazionale a una solida competenza in management, logistica e attrezzatura sportiva.

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