Paolo Duca si racconta: da capitano a Direttore Sportivo dell'Ambrì
In questo appuntamento "Storie ABSHockey" abbiamo avvicinato una leggenda dell'hockey Svizzero.
Stiamo parlando di Paolo Duca!
Forte personalità, leadership, onesto e senza peli sulla lingua.
Abbiamo voluto lasciargli raccontare la sua storia e il suo modo di intendere questo sport. Tutto al naturale, niente censura.
Paolo ha letto questa intervista e ci ha dato il suo benestare per pubblicarla.
Tenetevi forte. La lettura è sconsigliata a persone di natura particolarmente sensibile!
Breve premessa: questa intervista è stata realizzata qualche tempo fa, quando Paolo Duca era ancora Direttore Sportivo dell'Ambrì. Da allora ha lasciato il club ed è diventato CEO dell'EV Zug. Le risposte che leggerete riflettono il suo punto di vista al momento del colloquio.

Immagine simbolica – questa foto non è stata scattata durante l'intervista.
In questa intervista
- Come Paolo Duca è diventato Direttore Sportivo nel giro di un solo weekend
- La storia dietro al numero 46
- Due ginocchia a pezzi, decine di specialisti — e un ritorno che nessuno si aspettava
- Il Mondiale 2010 in casa contro la Germania
- Cosa guarda davvero un Direttore Sportivo durante una partita
Salta a una sezione
Da Ascona ad Ambrì
Paolo, partiamo dall'inizio. Tu sei cresciuto hockeisticamente ad Ascona. Fino a che età?
Fino circa alla fine della quarta media. Ad Ascona l'allenatore era Rostislav Chada (che è rimasto per 4/5 anni), poi ingaggiato dall'Ambrì, che aveva riconosciuto il buon lavoro svolto proprio ad Ascona. Salendo ad Ambrì Rostislav mi ha detto "tu vieni con me!". Con me è salito anche Roberto Dazio, con cui giocavo. Il momento era tra l'allora categoria Mini e Novizi. Bisognava scegliere se fare quel passo in più e cogliere l'occasione.
In breve, qualche anno Novizi e Juniori per poi approdare in Prima Squadra. Prima stagione da titolare nel 1999/2000, a 18 anni. L'anno prima (quello della finale ticinese per intenderci) solo qualche apparizione sporadica.
Quanto sei poi rimasto ad Ambrì?
2 stagioni dal 1999 al 2001. Ricordo che nell'anno dopo la finale c'era ancora Larry Huras. Nel seguente invece il coach era Pierre Pagé.
Ho deciso poi di andare oltre Gottardo per motivi di studio, dove ho giocato 1 anno a Zurigo e 5 anni a Zugo, fino al 2007.
Rientrato poi all'ovile, ho giocato con l'HCAP fino al 2017, dove ho chiuso la mia carriera agonistica.
Per riassumere: 13 stagioni ad Ambrì, una a Zurigo e 5 a Zugo.
Oltre Gottardo: Zurigo, Zugo e le ginocchia a pezzi
Eri giovane ma mi pare tu abbia giocato diversi Playoff oltre Gottardo. Sono curioso dei tuoi ricordi a caldo.
Sì, lo Zurigo era arrivato in finale contro il Davos durante la mia prima stagione oltre Gottardo, ma io ero stato scambiato giusto prima dell'inizio dei playoff con lo Zugo. Lo scambio è stato fatto con Vjeran Ivankovic. Lui aveva vinto il titolo a Zurigo l'anno prima. Poi ha firmato a Zugo, ma la cosa non ha funzionato. Così gli ZSC lo hanno richiamato, scambiandolo con me. Tra l'altro quando sono partito da Ambrì, le due squadre finali rimaste in "ballottaggio" erano proprio Zurigo e Zugo. Alla fine sono stato in entrambe.
A Zugo ricordo due buone stagioni, poi nel dicembre 2004 ho dovuto operare il ginocchio destro. Una ricostruzione (trapianto naturale) del tendine rotuleo. Ho fatto 8 settimane di stampelle. Poi ho operato anche il ginocchio sinistro, stesso intervento. Altre 8 settimane di stampelle e poi è cominciata la lunga riabilitazione, che è durata per anni. Dopo circa 1 anno dal primo intervento sono tornato sul ghiaccio, ma ero forse al 50% della condizione e forza prima delle operazioni. Ti posso dire che dai 20 anni in avanti ho sempre sofferto e avuto problemi con i tendini rotulei. In pratica due infiammazioni croniche, che poi sono diventate delle necrosi. Per intenderci, il tendine era nero. Morto. L'obiettivo dei medici era quello di farmi tornare a camminare. Fortunatamente sono riuscito addirittura a tornare a giocare. È stata tosta.
Ho visto decine di specialisti un po' ovunque. Nessuno sapeva veramente cosa fare, fino a quando ho incontrato il Dottor Biedert alla Klinik Linden di Bienne, un vero luminare dei problemi tendinei che ha operato centinaia di sportivi d'élite. Non c'era scampo dall'operare. Va beh, parliamo di altro.
Ricordo poi i Playoff con Rapperswil, quarti di finale. Sotto 3 a 0 nella serie, che poi abbiamo girato 4 a 3. Io rientravo da una squalifica di 6 partite (per un duro check). Sono rientrato a Gara4 e ricordo di essere stato decisivo (abbiamo vinto 6 a 5 ai rigori, ho segnato 2 reti e il 5° rigore decisivo). Da lì, abbiamo portato la serie fino a Gara7, dove li abbiamo asfaltati (il termine usato da Duke è "schisciagèra"). No chance per loro.
Il numero 46
Hai sempre giocato con il numero 46?
Ad Ambrì ho iniziato con l'81. Il 46 era già occupato da Bruno Steck. Poi sono andato a Zurigo, e di nuovo c'era Bruno Steck (Duke ride), quindi mi sono preso il numero 36. Poi finalmente a Zugo ce l'ho fatta e ho preso il 46 fino a fine carriera.
Andy, se ti chiedi il perché del 46 ti dico che Valentino Rossi non aveva ancora vinto tutti quei mondiali.
Il numero è in onore di mia mamma (è il suo anno di nascita), che mi ha portato per anni avanti e indietro da Ascona ad Ambrì per gli allenamenti, permettendomi di perseguire il mio sogno. Mia mamma così come la mamma di Roberto Dazio, Martina.
Ti sei dato all'hockey. C'era già passione in famiglia per questo sport?
Un po' sì. Mio papà ha "giochicchiato" nell'Ascona, penso seconda o terza lega. Diciamo che c'era un interesse per l'hockey in generale e in famiglia eravamo simpatizzanti per l'HCAP, ma in modo piuttosto blando. Da ragazzo ho visto pochissime partite di hockey in generale. Non eravamo fanatici di sicuro.
Ti immaginavi da bambino/ragazzo che saresti diventato un giocatore di hockey professionista?
La verità? Sì.
L'ho sempre saputo nella mia testa (lo guardo e sorrido, mi guarda e sorride).
Anche a carriera iniziata, quando il Dottor Biedert mi ha detto che sarebbe già stato un successo tornare a camminare normalmente dopo le operazioni, io gli ho risposto "tu opera, al resto ci penso io!" Sapevo che sarei tornato a giocare e così è stato. I miei anni migliori li ho vissuti ad Ambrì dopo la ricostruzione dei tendini rotulei.
Dal Mondiale U18 alla WM 2010 in casa
In nazionale pure. Ti va di parlarmene?
Sì cavolo!
Il primo torneo internazionale importante è stato il mondiale U18 nel '97/'98 a Füssen (Germania). Anno in cui il Cere (Luca Cereda per i lettori d'occasione) è entrato nel Draft NHL. Avevamo una squadra incredibile. Era uno degli ultimi tornei dove non c'erano scontri diretti (quarti di finale, semi, ecc.) ma si contavano i punti alla fine. Siamo arrivati a pari punti con secondi e terzi, un punto in meno del primo. Abbiamo battuto Russia, Cechia, insomma un gran torneo.
Due volte poi il mondiale U20. Il primo da Under Age in Svezia. Il secondo da Capitano in Russia, a Mosca.
Lì forse per me c'è stato quel salto di qualità e la spinta per la carriera.
Poi la Nazionale maggiore. A fine stagione, Ralph Krueger (l'allora allenatore della nazionale) chiamava sempre diversi giovani, prima dei Mondiali, per coprire i buchi dei giocatori che erano ancora impegnati con i playoff nei vari club. Mi facevo quindi spesso tutto il Training Camp che portava ai mondiali, per farmi tagliare all'ultimo. Non riuscivo ad imbucarmi alla festa (ride).
Quando però sono ritornato ad Ambrì la storia è cambiata. Nazionale in mano a Sean Simpson, dopo le Olimpiadi di Vancouver. La mia occasione per giocare il mondiale! Nel 2010, a 28 anni.
Ricordi come è andata?
Ovvio! Siamo finiti primi del girone, battendo Canada e Cechia. Prima fase perfetta. Poi nei quarti di finale, abbiamo perso 1 a 0 dalla Germania! Squadra di casa. Li abbiamo do-mi-na-ti!
Doppio dei loro tiri, pali ovunque. Ma abbiamo perso! (smorfia del Duke, seguita da un sonoro "Ziocane", che naturalmente concediamo volentieri). Come diceva Gary Lineker: il calcio è un gioco semplice: 22 giocatori che rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine la Germania vince! Vale anche per l'hockey...
Inoltre, era una squadra competitiva, qualche nome?
Andres Ambühl il primo nome che ti dico. Io giocavo in linea con Morris Trachsler (centro) e Marcel Jenni (a sinistra). Nino Niederreiter aveva 18 anni ed era in sovrannumero. C'erano Roman Josi, Julien Vauclair e Damien Brunner.
In porta Martin Gerber, Daniel Manzato e Tobias Stephan.
In difesa Timo Helbling, Steve Hirschi, Goran Bezina, Félicien Du Bois, Patrick Geering, Roman Josi, Mathias Seger (capitano), e Julien Vauclair.
In attacco Andres Ambühl, Damien Brunner, Björn Christen, Thomas Derungs, Paolo Duca, Marcel Jenni, Romano Lemm, Thibault Monnet, Nino Niederreiter, Martin Plüss, Kevin Romy, Ivo Rüthemann, Paul Savary, Morris Trachsler.
Tra l'altro Kevin Romy era il mio compagno di stanza durante il torneo. Damien Brunner invece era il mio compagno di Jass (gioco di carte) con il quale abbiamo vinto il torneo di squadra. Gli ho insegnato a giocare a Coiffeur (una variante del gioco).
Bella squadra e gran torneo!
🍀 GETLUCKY – vinci un bastone gratis
Ordina con il codice GETLUCKY: ricevi il 5% di sconto e partecipi automaticamente all'estrazione, ogni due settimane, di un bastone custom gratuito — stesso modello, stesse specifiche del tuo ordine.
Da giocatore a Direttore Sportivo
Passiamo al 2017. Facile dire "smetto di giocare"?
Per niente! È andata così. A fine carriera, verso i 35/36 anni, mi sentivo meglio rispetto a quando avevo 21 anni, considerando tutti i problemi che ho avuto con le ginocchia. Ero in forma, ero allenato e fisicamente avrei potuto continuare ancora qualche anno. Era un periodo particolare. Quell'anno lo abbiamo terminato in bassa classifica. Ci siamo giocati i playout contro il Visp per salvare la categoria.
Filippo Lombardi mi ha proposto di prendere in mano la direzione sportiva per rilanciare la società. Mi sono detto, salviamo prima la baracca, poi ci penso.
Giovedì ultima partita, festa nel weekend. E da lunedì ho iniziato. Questo è realmente quello che è successo.
Nemmeno un po' di pausa quindi?
Impossibile. Non avevamo un portiere, ci mancava lo staff e non avevamo sotto contratto nemmeno uno straniero.
Ok. Al tal proposito, dato che hai ricoperto questo ruolo per anni, ci permettiamo una domanda. Cosa fa un Direttore Sportivo? Pensiamo che a molti non sia chiaro e valga la pena approfondire.
Di base ti dico che si "balla" tutto il giorno.
Diciamo che fa un lavoro di direzione, come qualsiasi direttore di azienda.
In primo luogo cerca di implementare la strategia sportiva decisa dal CdA e si occupa della NL. È responsabile dello staff e della sua composizione. Si occupa della costruzione del Roster della prima squadra, quindi scegliere i giocatori. Il lavoro più grande rimane tuttavia la conduzione giornaliera della "truppa" per cercare di avere le migliori performance da tutti i singoli (staff compreso). Ogni tanto bisogna dare pacche sulle spalle, altre volte bisogna essere duri, fare meeting individuali o incontrare i giocatori al di fuori dal contesto professionale. Altre volte bisogna parlare al cuore... Quando invece ci si rende conto che per qualche ragione le cose non funzionano bisogna agire con determinazione e celerità, nello sport c'è in generale poco tempo e non è facile mantenere la pazienza.
C'è una buona fetta di lavoro amministrativo: giocatori Svizzeri o stranieri hanno diverse esigenze. Dalle licenze di gioco ai permessi di lavoro, alle assicurazioni, agli alloggi, automobili. Insomma, a 360 gradi ciò che permette ad un giocatore di poter pensare esclusivamente alla sua professione. Poi c'è tutta una parte legata alla programmazione (allenamenti, trasferte, partite, amichevoli, impegni con gli sponsor ed eventi in generale).
Un DS si occupa anche di supervisionare il settore giovane. Un ruolo forse meno operativo ma molto importante e che richiede le giuste deleghe. Dal punto di vista pratico si tratta di prendere contatto con famiglie, scuole, datori di lavoro, ambiente militare.
Un DS partecipa poi alle varie riunioni della lega e della Federazione. Spesso fa parte anche di qualche gremio consuntivo e tiene i contatti con gli altri dirigenti sportivi.
Non da ultimo, c'è una buona parte di tempo che va anche nello Scouting, ovvero la ricerca e l'osservazione di nuovi giocatori. Sono diversi i fattori che entrano in gioco in questo caso. Penso ad esempio alle dinamiche di gruppo, alla forma fisica dei singoli giocatori, l'aggiornarsi su ciò che offre il mercato, ma soprattutto agire quando si presentano delle valide opportunità.
Pensi sia importante essere stato un giocatore per poter svolgere questo ruolo?
Diciamo che essere stato un giocatore può essere di grande aiuto. Si presentano situazioni che magari hai vissuto in prima persona. Allo stesso modo hai un focus diretto su alcuni aspetti che possono essere determinanti. Un buon comportamento, cosa è importante nella costruzione della squadra, così come le parti tecniche del gioco. Forse non è indispensabile aver giocato ad un buon livello, ma è sicuramente un grande supporto.
Immagino anche al rapporto stesso con i giocatori e allo Scouting. I giocatori sono molti. La reputazione personale che hai costruito come giocatore, si traduce in sani e validi contatti/amicizie all'interno di questo mondo. Questo può solo che essere un vantaggio.
Studio, impegno e «Caratteristiche Umane»
Facciamo un passo indietro. Tu ed io ci siamo conosciuti sui banchi di scuola all'università. Ricordo quel giorno. Economia politica. Io che ti riconosco e penso: "un PRO che in più studia e termina l'università. Respect!" Ce ne sono altri come te?
Sì! E molti di più di quanto si possa pensare. Ci sono tanti ragazzi davvero in gamba che giocano e si formano allo stesso tempo.
È qualcosa che spingi nei ragazzi? Vista anche la tua esperienza?
Spingere forse è una parola troppo forte. Lo supporto attivamente di sicuro. Come potrei non farlo. Anche perché se ci pensi ne beneficia anche il gioco dell'hockey. Nei ragazzi, lo sviluppo cognitivo è una parte importante, che si trasporta poi nell'ambiente sportivo.
Poi mi conosci. L'impegno per me è un'attitudine alla vita. Non penso esista un interruttore che si possa accendere o spegnere a seconda degli ambiti. "Mi impegno nello sport ma non a scuola". O sei impegnato o non lo sei. Magari suona troppo diretto come messaggio. Però funziona. Tempo per impegnarsi così come tempo per divertirsi.
Alla fine l'impegno nello sviluppo personale (scolastico o meno) è di grande aiuto. Permette di avere un equilibrio e anche una elasticità mentale, aspetti cruciali per uno sportivo. Un giocatore ha tante nozioni da incamerare. Dal sistema di gioco, agli avversari. Persino il proprio miglioramento come giocatore richiede una buona dose di studio e pratica. Idealmente un atleta, resta uno studente per l'intera durata della sua carriera. Il talento da solo non è sufficiente.
Tutto ciò poi va a sviluppare quelle che un mio allenatore chiamava "Caratteristiche Umane". Coraggio, resilienza, grinta, capacità di cadere e rialzarsi.
Hockey ieri e oggi
È cambiato l'hockey rispetto a quando giocavi?
Penso proprio di sì. Tecnicamente davvero molto. Il gioco è nettamente più veloce oggi. Anche le regole sono cambiate. Sono cresciuto con un hockey dove gli agganci erano concessi, così come diverse ostruzioni. Ad esempio, nel back-check ci si poteva quasi letteralmente attaccare all'avversario (usa il termine "Skilift"). Nel 2004 poi sono arrivate le regole di "tolleranza zero". Come dicevo, oggi il gioco è più veloce, più pulito e anche meno fisico. Ai tempi era più duro. E anche più sporco. Più tosto da questo lato.
Ma più bello?
Eh certo! (ride). Io sono un grande competitivo. Non solo durante le partite. Se penso a quante volte siamo arrivati alle mani durante gli allenamenti. Questo perché quando il livello di competitività è alto per tutti, basta poco per generare un'escalation. Ma lì inizia e lì finisce. Questo è il bello dell'hockey.
Giocatori nella stessa squadra che si picchiano durante l'allenamento. Mi stai dicendo che è normale?
È normale se l'ambiente è sano. Difficile da spiegare per chi non arriva dall'hockey. In allenamenti dove il livello e l'intensità sono alti, in una squadra che sta puntando, gli allenamenti raggiungono il ritmo di una vera e propria partita. Bianchi contro blu. Una piccola gomitata, un bastone in bocca, un'ostruzione forzata, il fatto che non ci sono arbitri. Un'escalation veloce rappresenta un livello di intensità eccezionale. Il confronto è giusto, a patto che finisca lì. Una bagarre e poi si va a bere qualcosa assieme.
Con Pascal Müller, ora DS a Langnau non saprei dirti quante volte siamo arrivati alle mani quando giocavamo assieme sia a Zugo che poi ad Ambrì. Si parla quasi di una volta a settimana. Bagarre e poi si andava a pranzo assieme. Siamo tutt'ora grandi amici. Ci "legnavamo" solo per poter vincere in allenamento con l'obiettivo di spingerci a vicenda.
Questo sicuro è un po' cambiato. Aumentando la velocità e la tecnica è normale che questo aspetto vada parzialmente a cadere.
Anche i roster delle squadre sono cambiati. Ci si allenava con 4 linee più 1 o 2 giovani. Si giocava tutti bene o male. Era più dura entrare in famiglia (squadra), ma una volta dentro si tirava tutti nella stessa direzione.
Ora la competizione interna è molto alta. Sei compagno di squadra e, allo stesso tempo, avversario del tuo compagno. 5 linee con magari 10 difensori. In diversi non giocano. Sono dinamiche decisamente diverse.
Un altro aspetto che è cambiato è la vita attorno all'hockey giocato.
Una volta c'era molta più vita di squadra fuori dal ghiaccio. Uscite di squadra, attività di gruppo. L'uscita di squadra era L'Uscita di Squadra. Questo è calato davvero molto. C'è da dire che forse non vivevamo sempre come degli atleti d'élite. Però si creava il gruppo che ragionava in questo modo: "ieri sera ci siamo divertiti, a maggior ragione stasera dobbiamo rendere e dominare".
Ti senti "Old School" come approccio rispetto all'hockey di oggi?
Mah, forse un po' sì. Anzi, potrei dirti sì. Mi viene da pensare a questo per risponderti.
Quando ho iniziato con la carriera di professionista, non c'erano ancora telefonini, tanto meno social media. È cambiato tutto. Se oggi sei con la squadra e qualcuno fa l'"asan", 10 minuti dopo lo sa tutto il mondo e si rischia la carriera. È venuta a mancare la possibilità di decomprimere/scaricare la tensione e fare uscire le emozioni. Un giocatore sopporta molta pressione fisica e mentale. Sempre sotto giudizio di tutti (stampa, tifosi, ma anche amici e famigliari). A questo mi riferisco.
Poi c'è da aggiungere che oggi il livello è molto alto. La giusta alimentazione, riposo e preparazione sono importanti.
Una volta pochi giocatori di hockey erano anche veri atleti. Oggi se non sei un atleta non puoi essere giocatore...
Idoli d'infanzia e lo sguardo da scout
Il tuo giocatore idolo da ragazzo?
In camera avevo il poster di Wendel Clark, capitano storico dei Toronto Maple Leafs, numero 17. Uomo dei record nella sua franchigia. Lui era una leggenda a Toronto e verso fine carriera è stato scambiato finendo nei Quebec Nordiques per una stagione. Proprio quell'anno mi sono ritrovato a Quebec per giocare il Torneo Peewee. Avevo 12/13 anni e l'ho visto dal vivo con i miei occhi. Sono rimasto affascinato. Aveva un'energia incredibile, una carica agonistica che non avevo mai riscontrato in nessuna persona prima di lui, un leader vero, cresciuto a pane e cazzotti (ride).
L'altro poster era quello di Chris Simon. Nativo indiano. Bel tough guy anche lui, tanto per cambiare (ride e mi dice che non è necessario scriverlo, ma come posso non farlo).
Vorremmo chiudere con una domanda ricorrente nelle nostre interviste. Rappresentiamo un sito che si occupa di commercio di prodotti di hockey. Nello specifico di bastoni. Guardiamo partite e l'occhio cade sul tipo di bastone prima ancora che sul gioco. In che modo, da giocatore e in seguito da DS, guarda le partite di hockey Paolo Duca?
È una domanda interessante questa. Su due piedi ti direi che dipende da che livello e quale partita.
Se facevo un viaggio di Scouting, e andavo ad esempio alla Karjala Cup, torneo di nazionali super interessante che si svolge tendenzialmente durante la pausa di novembre, quasi sempre in Finlandia, andavo a vedere le partite senza avere nessuna informazione sui giocatori. Volevo vedere chi emergeva senza alcuna influenza da parte di ricerche antecedenti. Senza aspettative insomma.
Poi se notavo qualcuno andavo ad informarmi. Tanto come ben sai dalla scuola, con i numeri vado abbastanza d'accordo.
Se invece ero alla ricerca di un particolare giocatore, guardavo prima i suoi numeri, facevo le mie ricerche sul carattere e personalità e poi lo vedevo dal vivo. Perché in diretta si possono cogliere aspetti che i numeri non ti dicono. Come il suo atteggiamento in panchina, o il "body language".
Questa è la differenza tra Scouting Video, statistiche avanzate e la comprensione reale del giocatore come persona. L'aspetto umano è fondamentale.
Nel mondo ideale avrei voluto avere il giocatore alto, forte, giovane, in gamba, con qualità di leadership, Scorer e forte difensivamente allo stesso tempo, magari anche bello e simpatico. Davanti a noi esiste anche la NHL, con 32 squadre, ognuna con pacchetto di almeno 30 giocatori. Quelli alti e belli finiscono lì per intenderci.
Se un giocatore sceglie il nostro campionato è perché da qualche parte c'è un neo, un difetto. Il mio compito era lanciare l'amo e cercare di fare abboccare qualcuno...
Con i giocatori Svizzeri si costruisce la squadra. Gli stranieri vanno poi a completare il roster.
Il processo è naturalmente più complesso di come l'ho descritto ora. A caldo mi vengono queste impressioni.
Grazie Paolo! Sei una persona di grande etica e coerenza. È stato un piacere aver dato voce alla tua storia. Ti ringraziamo per averci dato modo di farlo e ti auguriamo il meglio per il tuo futuro professionale. Ci vorrebbe un po' di "DUKE" in ognuno di noi...
Un'ultima cosa: il codice GETLUCKY è ancora valido — 5% di sconto e la possibilità di vincere un bastone custom gratuito con il tuo prossimo ordine.
Vuoi leggere altre interviste dal mondo dell'hockey svizzero? Leggi anche la nostra chiacchierata con Luca Gianinazzi sul suo percorso da giocatore ad allenatore all'HC Lugano. E se queste storie ti hanno messo voglia di un tuo bastone custom: trovi tutti i nostri modelli custom qui.